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Un racconto

2/26/2026

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Per tanto tempo ho letto e mi sono interessato di folclore e mitologia. Non ero però capace di tradurlo in testi, in quanto non sono granché come scrittore: mi mancano i mezzi narrativi per raccontare. In questi mesi ho scoperto il significato di mice (acronimo di milieu, inquiry, character, event), il payoff, come si scrivono i dialoghi, l'arco dell'eroe... on writing di Stephen King, Story, Dara Marks e molto altro. 
Prendete quindi questo piccolo raccontino (un allegato all'amaro per il Natale 2025) per quello che è: un esercizio da dilettante. Tutto sommato, mano a mano che studio e leggo per hobbu e per passione mi rendo conto che i miei gusti e criteri di valutazione cambiano in continuazione. Si adattano, si affinano. E così quello che mi sembrava sufficiente ora mi sembra un po' meno adeguato.
              

INSIEME NEL BOSCO
              
L’acqua del torrente, che le bagnava per prime le spalle e i lunghi capelli neri, scorreva poi sul bacino flessuoso da serpente d’acqua. L’Agàna era rimasta incastrata fra le rocce; provò per l’ennesima volta a liberarsi dalla morsa tagliente della pietra e si graffiò, incastrandosi più a fondo. L’acqua si macchiò di rosso, per poi tornare subito limpida. Spaventata, Agata si fermò; aveva già provato a liberarsi e a chiedere aiuto alle sorelle, che giocavano e ridevano nella pozza sottostante. L’avevano ignorata tutte le volte. Ma lei era testarda e non voleva cedere: tentò ancora e sentì solo la roccia appuntita lacerarle sotto le squame sottili. Sua madre avrebbe voluto che lei, la più giovane, fosse capace di cavarsela da sola nel bosco, dove solo i più forti meritano di sopravvivere. Stremata e avvilita da quella situazione, cacciò un urlo. Ma se ne pentì subito. Nello stesso istante la terra tremò. Non era qualcuno che stesse correndo in suo aiuto: erano i passi del gigantesco Orcul, che passava poco distante. Lei trattenne il respiro, angosciata, e chiuse gli occhi per non gridare alla vista di quel volto mostruoso. Quegli immensi piedi erano tanto forti da indebolire le radici degli alberi a ogni passo e aprire ferite profonde al suolo, alle rocce e ai monti.  Anche per questo, al suo arrivo, tutte le creature del bosco si erano dileguate all’istante, e così avevano fatto le Agàne là sotto. Solo Agata era rimasta, costretta ad ascoltare quei passi sempre più vicini: ora stava già tornando indietro, proprio come un animale irrequieto. Forse aveva fame: ne aveva sempre. Ma lui non poteva vederla: il crepaccio che la imprigionava, allo stesso tempo la nascondeva. Lei sentì il suo respiro rauco per la corsa e credette, per un istante, che si fosse fermato in agguato per scovare del cibo tra le ombre. Invece si allontanò di nuovo, lasciando dietro di sé solo il rimbombo della terra che tremava. Il rumore si spense e all’istante il bosco riprese a respirare: persino la luce del giorno si fece più vivida. Agata raddrizzò le spalle doloranti e si distese nel proprio nascondiglio. Poi guardò oltre il bordo della crepa, sicura di essere sola. Invece non lo era. Appena sopra di lei un esserino alto poco più di due palmi, con un abito e un cappello rosso sgargiante, la stava fissando, incuriosito. Agata si ritrovò a capofitto dentro i pensieri di quello Sbilf, senza averci neppure tentato. Cosa ci faceva quell’Agàna, lì? Lui si sentiva incline a qualsiasi scherzo pensasse divertente, anche se a volte un po’ troppo pesante. Solo gli uomini sciocchi, chiamandolo Sbilf, intendevano qualcosa di diabolico: lui in realtà era solo eternamente annoiato. Provò a sorridergli. “Io non riesco più a muovermi. Puoi trovare qualcuno che mi aiuti?” gli sussurrò arrossendo, tanto le costava ammettere di essere indifesa. L’altro inclinò appena il capo e schizzò via, senza nemmeno risponderle. Forse all’ultimo momento ha fatto un cenno? Oppure è scappato via, per i fatti suoi? Si chiese lei. Era stato troppo veloce perché ne fosse certa. Agata non poteva far altro che aspettare in silenzio e sperare che l’Orcul non le passasse di nuovo troppo vicino. Tremò, ma non era per il freddo: era perché il folletto l’aveva lasciata di nuovo sola.


In un’altra zona del bosco un giovane uomo camminava da solo, con le suole che scricchiolavano sul pietrisco e, in lontananza, il mormorio di un ruscello. Ivan aveva lasciato la macchina alle prime luci dell’alba, quando ancora l’aria frizzante della notte accorciava il respiro. Nello zaino aveva tutto l’occorrente: un thermos di caffè caldo, il cambio di vestiti e l’immancabile coltellino da funghi. Ai piedi calzava un paio di scarpe sformate, allacciate ben strette. Non serviva altro per un’uscita di mezza giornata. La solitudine nel bosco non solo lo aiutava a pensare, ma lo faceva sentire a suo agio, visto che non lo era quasi mai in città. Per questo non gli importava di stringere in mano un cestino ancora vuoto, dopo ore di cammino. A volte un vento freddo notturno  soffia nel sottobosco e può capitare di non trovare nulla, concluse tra sé rassegnato. In quell’istante, quando aveva ormai già deciso di tornare indietro, scorse un improvviso bagliore rosso, poco oltre il sentiero. Si fermò, eccitato. Si era sbagliato? No. Spostandosi con cautela lo vide ancora. Se quello fosse stato un ovolo malefico, poteva essere che vicino ci fossero dei porcini: crescono sempre assieme, rifletté. Oltrepassò il margine del sentiero e si avvicinò, cercando di non ruzzolare giù, visto che l’erba fradicia d’acqua era scivolosa. Buon segno, dove c’è acqua nel terreno può esserci qualcosa, si disse. Non si era sbagliato: vicino al grosso fungo a puntini bianchi vedeva già un profilo tondeggiante d’un enorme porcino, mezzo nascosto tra foglie morte. E dove ce n’era uno, di sicuro dovevano essercene altri. Non sarebbe tornato a casa a mani vuote. Ma all’improvviso l’ovolo si mosse: il cappello del fungo era il berretto di una piccola creatura agile. Al posto del gambo c’era un corpo sottile vestito con una giacchetta e delle braghette rosse, sbiadite dalla luce del sole. Quello guizzò verso il porcino vicino, lo afferrò in un baleno e si fermò a guardare Ivan, con aria di sfida. Cos’era? Uno gnomo? Un folletto? Un’allucinazione? Non era di certo più alto del fungo che teneva tra le mani. “Dove credi di andare? L’ho visto prima io!” protestò Ivan. La creatura per tutta risposta si girò e corse via, così rapida da lasciare dietro di sé solo il filo rosso del proprio percorso, sospeso nell’aria. Eh no, non mi scappi, piccolo ladro! Pensò Ivan e lo inseguì a rotta di collo. Quel fungo era suo. Anche se correva il rischio di inciampare a ogni falcata, lo voleva subito indietro. Ma quella creatura era molto più veloce di lui. Faticava a starle dietro. Anche per questo, forse, il folletto si fermava di tanto in tanto, guardandosi alle spalle: si assicurava che l’umano lo stesse sempre seguendo. E proprio quando lo vedeva arrivargli sopra guizzava poco oltre, al di fuori della sua portata. Era frustante. Ogni volta che ripartiva, però, si inoltrava poi nel bosco più fitto, dove la luce veniva già meno. Ma Ivan non si dava per vinto: non lo preoccupavano le storie narrategli da bambino, in cui piccoli spiriti del bosco amano far perdere gli uomini. Gliel’avrebbe fatta vedere lui a quello! Avanzava rapido nel sottobosco umido, saltando le radici affioranti, mentre il terreno bagnato attutiva il tonfo dei suoi passi. Non si era reso conto di essersi già perso.


Agata avvertì un rumore e alzò la testa verso il cielo. Nei suoi occhi chiari si riflettevano le nubi dense. Tutt’attorno il bagliore sotto le nuvole basse prese una tinta metallica. Era di nuovo l’Orcul, pensò lei: ormai si sentiva perduta. Curvò le spalle, rassegnata. Il mostro crudele attraversava con cautela il bosco lì accanto, mentre attorno alla radura un vento teso piegava al terreno le cime degli alberi più alti. Lei capì subito che stava ancora cercando del cibo e si strinse più che poteva alle rocce che la circondavano, respirando il meno possibile. Anche l’Orcul, dopo aver corso, tratteneva il fiato pesante: si aspettava che una forza più grande si abbattesse sul bosco. E sentiva meglio di chiunque altro quello che si stava preparando dentro quelle nubi scure, lassù. Se avesse voluto avrebbe potuto farsi più grande. Così grande da forare quelle nuvole e disperderle. Ma non lo fece: aveva troppa fame. E quelle, cariche di tempesta, si aprirono, rovesciando a terra la prima cortina di pioggia. Proprio allora Agata si trovò proiettata a forza nei pensieri della creatura famelica. Quello era il suo dono, ma anche la sua maledizione. Con disgusto sentì il proprio dispiacere per dover lasciar perdere quella preda facile. Aveva sentito e riconosciuto il suo odore nella crepa rocciosa, laggiù. E con un solo dito avrebbe potuto stanarla e divorarla in un attimo. Ma non ne aveva il tempo: quella pioggia non gli piaceva, doveva scappare da lì prima che fosse troppo tardi. Per un istante Agata sentì fuori dalle sue gigantesche membra un tuffo al cuore: era lei quella preda! E la fame terribile che ora le pulsava dentro, scuotendola tutta, non era la sua: apparteneva all’Orcul. Ma lui sapeva. La fame, in confronto al terrore per chi stava per arrivare da quelle nuvole, era una cosa da nulla. Lassù si nascondeva una creatura ben più vorace di lui e non voleva averci proprio nulla a che fare. Voltò le spalle alla crepa e scappò, terrorizzato. La terra stavolta tremò con maggior potenza mentre i suoi pensieri svanivano dalla mente di Agata. Le tempie le pulsarono di dolore, come in un’eco distante. Emise un gemito di impotenza che nessuno udì: era viva, ma ancora prigioniera.


Intanto Ivan, proprio lì vicino, non riusciva più a seguire lo Sbilf. A ogni passo correva il rischio di inciampare e cadere, rompendosi l’osso del collo. Ruzzolò, senza rompersi nulla per puro caso. Aveva iniziato a piovere forte ormai, l’acqua fitta che filtrava attraverso le foglie, inzuppandolo da capo a piedi. Finalmente il folletto si era fermato. Stava là davanti, sempre a debita distanza. L’uomo non capiva perché si comportasse in quel modo: del resto le azioni delle creature fatate non hanno senso per gli umani. Indispettito, Ivan si rivolse alla creatura. “Perché non vuoi farti prendere?” gli gridò. Lo Sbilf in tutta risposta sollevò il fungo tra le mani, per farglielo vedere meglio. Era perfetto. Prendimi se ci riesci, nient’altro che una sfida. Ivan cercò di rialzarsi per agguantarlo, ma scivolò e cadde di nuovo nel fango scivoloso, mentre l’altro si portava, per l’ennesima volta, appena fuori dalla sua portata, rispondendogli con una risata sottile, in mezzo a scrosci della pioggia. O se l’era solo immaginato? A terra con le ginocchia doloranti, Ivan si sentì uno stupido per essere caduto in quella trappola. Non solo si era perso, ma si era fatto prendere in giro fin dall’inizio. Avanzò carponi verso di lui, e quando lo raggiunse, quello sparì. Ivan si lasciò cadere a terra, esausto, girandosi per guardare il cielo. Le nuvole avevano colore e forma che non gli piacevano per nulla. Si rimise carponi e diede un’occhiata attorno. Era in una radura ora. Davanti c’era un ruscelletto che si gettava in una fessura rocciosa, per poi scendere a valle. Non sapeva più come tornare indietro da lì: poteva solo avanzare. Per questo si avvicinò incuriosito, chiedendosi se il folletto si fosse nascosto in quella spaccatura, appena a portata di mano. Si affacciò, pronto a prenderlo di sorpresa. Solo che là dentro non c’era lo Sbilf: in mezzo all’acqua vide una creatura molto più grande, tutta ricoperta di fango. Pensò subito a un animale, ma non appena cercò di metterlo a fuoco, riconobbe una ragazza, incastrata tra le rocce. O almeno lo sembrava dietro tutto quel fango.


Agata lo fissò stupita.
Cosa ci faceva quell’umano, in mezzo al bosco? Lui ricambiò lo sguardo ma quando s’accorse che lei era nuda sino alla cintola, sotto tutto quel fango, arrossì. Solo che l’imbarazzo si trasformò in stupore e quando si accorse che l’altra metà del corpo era ricoperta di squame, in terrore. Cos'era quella creatura? Un’Agàna, realizzò d’istinto. Lei lo guardò e mormorò qualcosa, ma lui non capì. Lei emise subito un verso frustrato. Universale. Forse non parlavano la stessa lingua, o piuttosto il rumore della pioggia era diventato troppo forte. Nessuno dei due, al momento, capiva l’altro. Ed entrambi non si accorsero delle nubi che scendevano veloci verso di loro. Troppo veloci. Agata sollevò lo sguardo e lo incrociò con quello dell’uomo incredulo, appena sopra di lei. Avrebbe dovuto scappare terrorizzato e invece rimaneva a fissarla, istupidito. Se il folletto aveva fatto in modo che l’umano la trovasse, doveva pur esserci qualcosa di speciale in lui. Lei fece ciò che sapeva fare meglio per capirlo: tentò di entrare a forza nei suoi pensieri. Ma non ci riuscì: era come sbattere contro una parete di sassi e rimbalzare indietro. Le faceva anche male, dentro. Gli parlò allora, sperando di sfiorare il suo intuito, visto che non aveva accesso ai suoi pensieri.  “Aiutami a liberarmi da qui,” lo pregò.  Lui scosse il capo: non riusciva proprio a capirla. Dietro le spalle di Ivan Agata notò il folletto che ora li osservava interessato. Sembrava stesse aspettando che accadesse qualcosa. Nella radura calò l’oscurità e la pioggia fredda si rafforzò, tramutandosi subito in grossi chicchi di grandine che non solo non permettevano di vedere al di là di un palmo. Li martellavano. Il ghiaccio riscosse Ivan che, d’istinto, tese una mano verso di lei. Aveva dimenticato di avere paura. “Afferrala!” le gridò. Ma lei rimase ferma: questa volta era lei a non capire le sue intenzioni. Tra loro non c’era sintonia. Solo, si trovavano entrambi nel cuore stesso del vortice che ora sollevava le foglie da terra e le sbatteva giù, instancabile. Vedendo che lei stava immobile, Ivan allora l’afferrò e la tirò a sé per il polso: era liscio e freddo come acqua di ruscello. Lei non si irrigidì e non si divincolò, ma lo strattonò a sua volta con forza, trascinandolo inerme giù fra le rocce.


In quello stesso istante la Tempesta dall’alto spiegò le proprie ali nere e puntò dritta su di loro. Prese una forma indistinta e terribile: gli artigli gelidi che divoravano prima le foglie, poi i rami, i tronchi e giù fino alle radici. Parecchi rami caddero sopra Ivan e Agata, ma nessuno li sfiorò; anzi crearono su di loro un intreccio che li protesse. Sembrava che solo una pura coincidenza impedisse che fossero toccati. Allora la Tempesta ululò più forte e afferrò il terreno attorno, scuotendolo con violenza. Li pretendeva entrambi per sé. Scrollò ancora tutto quanto, ma nemmeno questa volta le riuscì di afferrarli. Li lasciò perdere allora, e sconfitta, si mosse per inseguire lo Sbilf che le sfuggiva veloce nella profondità di quel poco che rimaneva del bosco. Era infuriata. Ed era proprio quello che lui voleva: nel più fitto di quel che rimaneva del bosco, dove aveva un po’ meno potere, la Tempesta perse le proprie forze e svanì nell’inganno. L’uomo sentì l’Agàna stringerlo più forte, mentre l’aria e il terreno cessavano all’improvviso di tremare attorno a loro. In quell’istante Agata andò più a fondo e frugò disperata nel muro che le opponeva la mente dell’uomo, trovando infine una crepa. La allargò in un varco e ci si tuffò d’istinto, perdendosi in quelle emozioni ed esperienze. Vi cercava un brandello di coraggio. Trovò molto altro: Ivan che si rilassava contro la stretta, incredulo, e intanto percepiva a sua volta un mondo che aveva sempre rifiutato esistesse. Vivo. Reale. Tra le sue braccia. Ivan si riscosse. Ora sentiva meglio le cose del mondo: ordinarie e straordinarie. Erano vere, palpabili. Si sciolse piano dall’abbraccio, insieme impacciato e già molto diverso da prima. “Spingi sul terreno sotto di te. Usa tutte le tue forze,” le disse, sperando lo capisse almeno questa volta. Agata annuì subito. Qualcosa doveva aver compreso. Cercò di fare leva solo con la coda, all’inizio. Ma le squame la facevano scivolare ancora più a fondo, con acqua e fango che non le davano appiglio. Allora usò le braccia e si spinse su, spostando anche il corpo di lui, che le era sopra. Le costò una fatica tale da farla quasi svenire; una fitta di dolore, mai provato prima, la riscosse: la attraversava da parte a parte, dalla punta della coda in su. Non ci badò: la tempesta che ora si agitava in lei esigeva che così fosse. Per liberarsene spinse ancora con forza e uscì dal crepaccio. Con lei portò in salvo anche l’uomo. Si scostò dalla crepa e si trovò accovacciata su quelle due sottili estremità che acquistavano forma e forza, tese contro il terreno. Non più flessuose, ma rigide, tranne che in fondo, dove ora sentivano il fango freddo. Era nella radura, vicino al torrente. E non si riconosceva più. Aveva la sensazione di aver perso e preso qualcosa nell’istante in cui aveva stretto quell’uomo a sé. Ora sapeva il suo nome: Ivan. Tutt’attorno a loro c’era solo il vuoto silenzio della devastazione. Sopra di loro il cielo era tornato limpido, privo di nubi. Ma sotto una forza immane aveva provocato la distruzione. In quell’istante riaffiorò in lei la reminescenza di quella forza antica, padrona degli elementi. Erano sopravvissuti a Vaia la Tempesta, al suo percorso a battito d’ala, lungo il quale gli artigli avevano lacerato in profondità il terreno. Tremò per la comprensione e anche per il sollievo di essere ancora viva. Grazie al folletto la Tempesta li aveva risparmiati?
Ivan e Agata erano seduti l’uno di fronte all’altra. Sopravvissuti. Eppure Ivan in quel momento non vedeva lei, ma si guardava sdoppiato attraverso i suoi occhi. Com’era possibile?  Incredulo allungò il braccio: non voleva toccare, ma capire. Lei tremolò e divenne poco più che traslucida. Poi svanì del tutto. Ivan rimase solo, con la sensazione che il tocco non fosse avvenuto solo perché, desiderandolo, ne aveva dubitato. Gemette, sentendosi svuotato. Poco dopo si alzò in piedi e si guardò intorno. Era di nuovo solo: le gambe tremavano ed era bagnato fradicio. Eppure si mise in cammino verso l’auto; il vuoto lì attorno lasciava ora intravedere i paesi nel fondovalle: li riconobbe e capì all’istante quale fosse la direzione giusta per tornare alla macchina. Più andava avanti però, più rallentava. Poteva aver sognato quello sguardo e le braccia che lo stringevano disperate, cercando aiuto? Una stretta al petto gli fece intuire di aver dimenticato qualcosa nella radura dietro di lui. Avrebbe voluto tornare indietro e cercare di recuperarla, ma non sapeva più nemmeno cosa fosse di preciso. Scosse la testa. Le Agàne e gli Sbilf non esistono, si disse, per convincersi che era stata tutta un’allucinazione. Doveva resistere e tornare con i piedi per terra, tutto qui. Eppure continuava a ripetere tra sé quel nome sconosciuto: Agata. Perché proprio quello? Era certo di non averlo mai sentito prima. Alla fine riuscì ad allontanarsi solo a fatica.


Il folletto seguiva quell’uomo a distanza, tenendo ancora il porcino tra le mani. Se lo passò con noncuranza fra le dita, mutandolo di nuovo in sasso levigato e lo lasciò scivolare in una delle tasche, con un sorriso soddisfatto. L’illusione era stata utile. Gli rimaneva solo un’ultima cosa da fare. Srotolò dietro di sé una sorta di filo rosso, come una traccia da seguire: non per l’umano sciocco e confuso. Era per Agata, per quando, presto, avrebbe capito. Gli esseri umani erano convinti che se uno di loro pesta le impronte lasciate da una creatura fatata, sia destinato a perdersi nel suo mondo.   Non sempre e non nel modo in cui lo immaginavano.


Agata rimaneva ancora invisibile: il solo pensiero che Ivan la potesse vedere ora, nuda com’era, la faceva star male. Strano, prima non le sarebbe importato. Doveva procurarsi una di quelle strane stoffe con le quali quegli umani si ricoprivano. Intanto la mutazione nel suo corpo si completava. I primi passi instabili erano via via più facili, a mano a mano che imparava quel nuovo equilibrio. Si teneva su gambe affusolate e piedi pallidi, dalle dita sporche di fango. Lei ora cos’era? Seguendo la traccia dello Sbilf riviveva l’abbraccio con Ivan: aveva preso molte cose da lui, stringendolo, compreso il suo linguaggio. Ora, per esempio, poteva pronunciare il suo nome. Lo fece sottovoce e con le dita sfiorò le labbra, sentendo attraverso i polpastrelli un calore nuovo. Adorava quella sensazione. Dovunque e per quanto lontano la stesse portando via dal bosco, lei lo avrebbe seguito. A ogni passo gli era più vicina. E proprio all’ultimo poggiò i piedi scalzi nelle orme che l’uomo aveva appena lasciato nel fango.


Il folletto ritirò il filo per l’ultima volta: non serviva più. 
Agata aveva appena trovato la propria strada.

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La narrazione di Paolo Paron e i Cramars

1/6/2025

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Lo scorso sabato abbiamo assistito al racconto di Paolo Paron sulle tradizioni del Nostro Friuli, attraverso la narrazione di piccole storie che fanno parte del vissuto popolare. Ascoltando quelle storie, mi sono reso conto di essere a conoscenza di cose che molti ignorano, e questo mi dispiace molto. Da qualche parte ho letto che un popolo senza passato è anche un popolo senza futuro: è indispensabile conoscere le proprie radici per capire dove dobbiamo andare, e non solo per una sorta di romantica nostalgia, ma per lasciare un'eredità di conoscenza alle generazioni future.
Pochi per esempio conoscono la storia dei Cramars. Alcuni li hanno sentiti nominare, ma pochi si rendono conto dell'importanza che abbiano avuto.
Poiché ho letto molte cose sull'argomento ed altre me le hanno raccontate, vorrei comunicarvele, non con l'intenzione di essere prolisso né con la presunzione di coprire tutti gli argomenti. Il mio desiderio sarebbe quello di darVi un'infarinatura e magari suscitare in Voi il desiderio di approfondire. Se avete dubbi, potete contattarmi o lasciare un commento a questo post del blog.

I Cramars erano una sorta di "vu cumprà" della Carnia. All'inizio del '600, in Carnia le persone comuni possedevano diversi fazzoletti di terra qui e là, ma sia la consistenza economica di quei terreni che la resa alimentare di questi terreni erano abbastanza scarne. In parole povere, da quei terreni non si riusciva a tirar fuori il necessario con cui vivere. Perché? In Carnia esiste un fenomeno chiamato "innalzamento dei limiti altimetrici". In parole povere, ad un'altitudine di 1500 metri sulle montagne della Carnia possono sopravvivere piante che in genere vivono a 200 metri di altitudine più in alto, e quindi a 1700 metri non riescono a crescere. In parole povere, fa troppo freddo per coltivare.

Fu così che quei Carnici dettero in pegno i propri terreni (inutilizzabili a scopo di produzione alimentare) e con i soldi ottenuti comprarono le spezie che provenivano dalla "vicina" Venezia. A quei tempi, Venezia era all'apice della propria potenza commerciale e la potente flotta di navi (costruita con i boschi banditi della Carnia) faceva la spola con i paesi orientali per il commercio delle spezie (cannella, macis e molto altro). I Cramars (parola derivante da Krämer, ovvero speziale) attraversavano i passi montani prima dell'autunno e dell'inverno, con una sorta di zaino da spalla costituito da una cassettiera contenente le spezie (ma anche altri materiali come i tessuti), e andavano a rivenderli in Austria e Germania. La primavera successiva, al disgelo della neve, con i passi montani nuovamente percorribili, tornavano a casa con lo zaino da spalla (crassigne) quasi vuoto e con il denaro guadagnato oltralpe dai loro commerci.

Molti morirono durante questi viaggi: l'attraversamento dei passi montani non era uno scherzo. Accadevano diversi incidenti in montagna, oppure si poteva essere attaccati dai banditi, c'erano le malattie... Nella toponomastica del territorio, ovvero nei nomi dei luoghi, rimane traccia dei percorsi dei Cramars (alcuni posti sono soprannominati "Sella dei Cramars", a indicare che di lì avveniva il passaggio prima dell'inverno e in primavera).

Altri invece fecero fortuna e, non dimenticando le proprie origini, riportarono le ricchezze ottenute in patria, dove costruirono solide case in pietra, piccole chiese nei paesi ormai sperduti con all'interno preziose pale d'altare e opere d'arte. Su alcune di queste case o chiese vi sono i simboli dei Cramars o scritte di devozione e ringraziamento.

Una leggenda narra che, con i residui di spezie rimasti nella crassigne al ritorno in patria, le donne, aggiungendo le erbe del luogo, realizzassero i Cjarsons, ovvero un piatto per i giorni di festa, anche per festeggiare il ritorno degli uomini dopo il lungo inverno. Ecco perché ogni posto in Carnia ha una ricetta diversa per i Cjarsons.

Sperando di averVi incuriosito, alla prossima.

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Il caso

7/29/2023

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Nell'Ayurveda (la scienza della Vita, letteralmente) nulla avviene per caso, ma tutto quello che capita nella vita di ciascuno di noi è il risultato di una maturazione degli eventi che si concatenano gli uni agli altri. E' in questo modo quindi che delle apparenti casualità in realtà sembrano manovrate da una sequenza di eventi la cui probabilità è risibilmente infinitesimale.
Tante volte nella mia esistenza mi è capitato di collegare degli eventi che ho vissuto e capire che chissà per quale motivo si erano verificate delle cose irrealizzabili, nella stessa stanza e nello stesso momento si erano concentrati dei coacervi di impossibilità da far venire i capelli dritti. Non so se come nell'Ayurveda noi siamo dei frutti maturi che sono destinati prima o poi a venire a contatto o a conoscenza con delle verità o con delle illuminazioni che ci guidano per il resto delle nostre vite.
Piuttosto credo che ci siano degli eventi che ci segnano profondamente e che determinano, nelle nostre reazioni, chi e cosa saremo o chi e cosa NON saremo. 
In questa filosofia spicciola appare difficile cercare dei riferimenti: non c'è ragione, non c'è emozione, non c'è valore che effettivamente possa guidarci in ogni piccolo episodio delle nostre vite, ma dobbiamo sempre imparare a mutare con il corso degli eventi. Dobbiamo di quando in quando adattarci, resistere, arretrare, spostarci di lato per non venire investiti. E non tutti sono così fortunati da sopravvivere.
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Il cerchio dell'eterno ritorno.

6/18/2021

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Credit: la splendida foto è opera del Sign. Adriano Amerighi.

Sabato scorso, assieme ad un amico, mi sono recato a Sgonico, al giardino botanico la Carsiana. Potrei dire molte cose amare, ma preferisco raccontarVi com'è nato quello splendido giardino di 5mila mq. Un farmacista, un collega, appassionato di botanica, comprò una casa ed un terreno sul Carso. In mezzo a quel terreno c'è addirittura una dolina (profonda almeno 40 metri mi pare di ricordare). In questo appezzamento di terreno realizzò, grazie alla collaborazione di altri, un giardino botanico dove "rappresentare" tutti gli ecosistemi del carso, dall'ambiente marino a quello montano. Ovviamente un lavoro del genere richiese dei profondi lavori di riorganizzazione e perfino opere di veicolazione delle acque per rendere i terreni ospitali a varietà botaniche che altrimenti difficilmente vi si sarebbero acclimatate. Non pago di questo realizzò collaborazioni con altre regioni e portò delle piante non autoctone nel Giardino (in particolare ho avuto modo di osservare una splendida pianta di Pistacia Lentiscum, dalla Sardegna). A distanza di anni l'ideatore di questo lavoro è morto, la casa è stata rivenduta a privati ed il Giardino Botanico con la quale comunicava tramite un cancelletto è stato separato e comprato dalla Provincia è poi passato in proprietà alla Regione. Ora è in gestione a una cooperativa.
Stringe il cuore vedere le condizioni in cui è ridotto ora: in alcune parti l'incuria e l'abbandono la fanno da padrone e ciò nonostante si capisce fortemente quanto e quale lavoro sia stato fatto negli anni passati. La cooperativa non può essere responsabile di questo abbandono: poche persone non possono prendersi l'impegno di un lavoro ENORME che dovrebbe essere probabilmente fatto con l'appoggio della regione FVG. Il libro delle visite è pieno di firme di persone da fuori regione. Quelli del luogo e della regione non conoscono questo posto, o più probabilmente lo ignorano. Pochi gadget venduti all'ingresso dalla cooperativa e il libro di classificazione botanica del Giardino è stato edito troppi anni fa. Ora è introvabile, non se ne trovano più stampe, tranne che in qualche biblioteca sparsa.
Peccato perché sfogliandone una delle ultime copie ho scorto qualche tavola illustrata ed ovviamente la descrizione del gigantesco lavoro effettuato per realizzare il giardino.
Una buona base in pratica per un recupero totale del tesoro botanico in esso contenuto.
Magari assieme ad una sistemazione dei parcheggi esterni (un po' di ombra non guasterebbe) e che so un minuscolo baretto per invitare le persone a fermarsi ed assaporare il tesoro che hanno intorno.
Magari anche con un po' di rispetto per chi l'ha realizzato.
Magari mettendo fine all'ingresso gratuito, visto che ciò che è gratis molto spesso viene percepito come senza valore. basterebbe far pagare anche 2 euro a persona. All'estero lo farebbero e sarebbero sempre soldi che andrebbero per il recupero del giardino botanico, magari per pagare un giardiniere in più o far arrivare nuove piante che sostituiscano quelle che muoiono.
Perché la foto sopra? Le formiche portano gli afidi sulla pianta perché questi ne suggano la linfa, producendo sostanze zuccherine, delle quali le formiche (i pastori degli afidi) sono ghiotte. Ma anche le coccinelle sono ghiotte di afidi. Come dire: tutto è collegato ed interconnesso. Anche noi.
Vi lascio un video Youtube realizzato da un mio collega all'interno del Giardino La Carsiana, con un ospite "inatteso" che dice ovviamente un sacco di sciocchezze. Perdonatemi, ma ero un po' preso da discorsi a braccio. Pertanto:
1) l'iperico od erba di San Giovanni si raccoglie al solstizio d'estate;
2) la manna dal Frassino avrà di certo una resa di raccolto superiore all'1%, sennò in meridione non la raccoglierebbero perché antieconomica;
3) quel fiore di CERTO non è la regina delle alpi.
E tante altre amenità.





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Quattro ristoranti in Carnia

6/12/2020

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Finalmente se ne può parlare. Era da Novembre che aspettavo.
Ieri sera su Sky è andata in onda la puntata di quattro ristoranti condotta dallo chef Borghese in Carnia.
Ho seguito la puntata verso l'"inesorabile " conclusione.
Certe scelte della trasmissione mi sono sembrate un po' fuori luogo, ma tant'è le trasmissioni televisive richiedono sempre una irrigimentazione in determinate regole "raccogli pubblico". Non ho capito personalmente cosa c'entrasse Sappada con la Carnia, seppure in Friuli e seppur confinanti spicca la differenza culinaria e culturale tra i due luoghi. In Carnia il Fogolar, i cjarsons (mai pronunciati bene dal Borghese che è arrivato anche a un "Sciarscions" di pronuncia, ma poretto si impegnava, anche se l'ho visto in difficoltà sul toc in braide!) mentre a Sappada la Stube e i cjarsons con le erbe che contengono dentro il pèrschtròmm  o dragoncello (sul quale c'è un'assodata tradizione germanofila). Insomma le differenze ci sono e si sono viste. Anche per questo mi fa piacere che abbia vinto la Stella D'Oro, perché veramente questi sono un ristorante della Carnia, con le vecchie ricette ed un'attenzione particolare alla Carnia.
La notizia mi fa però ancora più piacere perché tra i quattro ristoranti la Stella D'Oro è l'unico che ha sempre tenuto l'Amar de Clevo fin dalla nascita dell'amaro. Ci hanno creduto, lo hanno distribuito, hanno continuato a crederci.
Quindi non può che farmi piacere il riconoscimento che a loro è stato dato.
L'unico rammarico è che in trasmissione abbiano brindato con la Leffe piuttosto che con un bicchiere di Amar de Clevo, ma sicuramente saranno state esigenze di trasmissione a dettare tutto ciò.
E poi quante domande avrebbe fatto Borghese sulla parola Clevo e su come si pronuncia?
Prosit e un congratulazioni vivissime agli amici della Stella d'Oro.
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Volantino Amar de Clevo in Friulan....O!

10/2/2019

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Proprietà medicinali dell'originale Amar de Clevo

8/27/2019

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Oramai chiunque sa la storia dell'Amar de Clevo. Nessuno sa però che la bevanda originale da cui deriva (e le cui caratteristiche tramanda e conserva)  aveva delle proprietà particolari, derivanti dalle erbe dalle quali era (ed è) costituito. L'utilizzo delle erbe nel sapere popolare non era mai casuale, bensì era il modo di tramandare un insieme di conoscenze empiriche sul territorio. Non ne ho mai fatto molta pubblicità perché in questi anni ho voluto privatamente approfondire l'argomento. In questi giorni sono riuscito a raccogliere finalmente qualche informazione in più che ho combinato in un quadro esplicativo riguardante le proprietà medicinali dell'antica bevanda:

++++ Regolazione delle funzioni digestive ed epatiche
+++   Effetto balsamico, emolliente e lenitivo sulle funzioni della mucosa orofaringea e sul tono della voce
++     Rilassamento del sistema nervoso, con particolare attenzione al sistema nervoso enterico (azione spasmolitica)
+       Drenaggio dei liquidi corporei

Detto questo è ovviamente la dose a fare la medicina. Ma le erbe e le loro proprietà continuano a rimanere, su questo potete scommetterci.
Alla prossima.
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Sviluppi

7/28/2019

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E' necessario ogni tanto fare il punto della situazione.
La produzione del 2019 è differente da quella del 2017, il colore dell'amaro è tornato più chiaro, esattamente come era nella versione originale.  Abbiamo deciso così, insieme e con insieme intendo che la cosa è stata concordata all'interno dell'Academio dai Cjarsons. Un'aggiunta di troppo di caramello aveva portato via parte del profumo dell'amaro che lo contraddistingue rispetto ad altre bevande alcoliche in commercio.  Quindi se vi accorgerete di una differenza di colore (più chiaro) è questo il motivo.
Accanto alla bottiglia da 70 cL è stata fatta produrre la bottiglia da 20 cL. Non è stato facile : realizzarla ha comportato trovare una bottiglia adatta (con una forma che richiamasse quella più grande) e fare realizzare delle etichette opportunamente modificate. A parole sembra banale, ma nei fatti non lo è stato più di tanto.
Per quale motivo?
Qualche giorno fa ho messo un sondaggio su facebook, chiedendo la preferenza tra una bottiglia da 70 cL e quella più piccola. Il sondaggio ha scelto la bottiglia più grande. E allora perché farla lo stesso?
Non dimenticate che l'Amar de Clevo è il prodotto di rappresentanza dell'Academio dai Cjarsons. Un problema che avevamo è che nei pranzi per le raccolte fondi dell'associazione molti vengono spaventati dall'acquistare una bottiglia grande: non conoscono il prodotto che può non piacere e pertanto la preferenza andrebbe su un taglio più piccolo e meno "impegnativo". Per questo è stata realizzata la bottiglia da 20 cL e anche perché tra non molti anni è probabile che Forni Avoltri ospiterà la riunione nazionale delle confraternite. Difficile regalare a ciascun confratello che parteciperà all'evento (da qualsiasi parte d'Italia) la bottiglia grande, no? Quindi non pensiate che quanto viene fatto non abbia un suo senso e significato.
Veniamo quindi alla questione della rivendita dell'Amar de Clevo. Ciclicamente si pone il problema di dove si possa trovare, problema giustificato dal fatto che purtroppo a Rigolato non risulta più disponibile. Ho cercato a lungo di risolvere questo problema e penso di aver trovato un buon compromesso: grazie ad un'amica il prodotto è ora disponibile presso il Market da Giò a Sappada (la località sarà aggiornata sulla mappa come punto di rivendita).
Per ora è tutto.
Un saluto.
Samuele
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Produzione 2019: lavori in corso

7/3/2019

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In questi mesi sono stato ben zitto, ma non sono stato con le mani in mano. Ormai il meccanismo è ben rodato ed io mi diverto ad incastrare i pezzi uno con l'altro. In questa cosa risiede la soddisfazione di poter dire: ho fatto qualcosa. E così pian pianino è giunta al culmine la produzione del 2018 che però verrà etichettata 2019. La burocrazia esige il suo prezzo di tempi ed attese. Questa volta saranno soltanto un migliaio di bottiglie, ma è una nuova prova.
La differenza sta nel fatto che io e i distillatori abbiamo concordato di tenere le erbe in macerazione molto più a lungo, prima erano pochi mesi, questa volta è stato quasi un anno. Dopodiché mi è stata chiesta una versione più piccola della bottiglia dell'Amar de Clevo. Alcuni quando vedono la bottiglia da 70 cl si spaventano, probabilmente pensano che una bottiglia del genere sia difficile da finire.
E lo è certamente. Se la aprite da soli, ve l'assicuro.
Provate ad aprirla in compagnia e noterete che si asciuga in fretta.
Per i titubanti quindi ho fatto fare la bottiglia da 20 cl (un altro migliaio, quindi niente mille e non più mille!).  Non è stato facile: ho dovuto trovare e scegliere la bottiglia adatta (che richiamasse esattamente le forme della bottiglia più grande)  e far realizzare nuove etichette proporzionate alle dimensioni. Ovviamente su questo ci siamo consultati in più teste e anche questo è positivo: trovarsi dopo un anno e decidere in cinque minuti con pragmatismo cosa fare. Grandi.
Alla fine però spero di avercela fatta. Stamattina ho mandato l'ok definitivo alla stampa delle etichette (dopo aver concordato la forma tra me, il grafico e la distilleria ovviamente perché in queste cose più teste ci sono che intervengono meno è possibile sbagliare).
Insomma ci siamo.
Questo non trascurando il fatto che continuo a lavorare sulla qualità delle erbe e sulla scelta futura e presente dei produttori. Non sarà facile ma è un mondo piccolo questo e molto spesso si scoprono tesori quasi sotto il proprio naso.
A Voi lascio il futuro giudizio di ciò che abbiamo combinato.
Io so soltanto che continuo a divertirmi e quindi si tratta di un ottimo segno: deve piacerti ciò che fai perché la buona volontà che ci metti finisce anche in quello che realizzi.


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Parlando a Tarcento

3/18/2019

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Ieri sera sono stato invitato a fare una relazione sull'Amar de Clevo a Tarcento e parlando così alla fine del più e del meno ho espresso la filosofia del prodotto, ovvero un'idea che mi sta girando in testa e sta prendendo forma negli ultimi mesi. Perché è nato l'Amar de Clevo? Essenzialmente per dare un prodotto di rappresentanza radicato nel e sul territorio all'Academio dai Cjarsons di Forni Avoltri. Quello è l'obiettivo principale che ha mosso tutto quanto.
E ne è venuto fuori che per avere un prodotto genuino sarebbe meglio produrlo per quanto possibile con elementi che si trovano SUL territorio, o quantomeno in Italia.
Può sembrare strano ma in un mondo globalizzato diventa sempre più difficile reperire i materiali perché ormai si trovano soltanto quelli maggiormente utilizzati, maggiormente economici e non necessariamente genuini o di buona qualità.
Devi produrre un'erba officinale? Per guadagnare servono almeno 10 ettari. Devi meccanizzare il processo, devi assumere persone che si occupino di togliere le malerbe. Al limite devi pestificare il tutto (per eliminare i parassiti). Devi creare una macchina che guardi al profitto con la minor spesa possibile.  E per risparmiare un modo lo trovi sempre.
Il Friuli Venezia Giulia e in particolare la Carnia è un terreno di eccellenza: un polmone verde che concentra delle condizioni uniche e irripetibili per la qualità alimentare e del territorio.
Il problema però è: ce ne rendiamo conto? Lo valorizziamo? Ci costruiamo qualcosa attorno?
No, o almeno non molto.
Non è un problema della sola Carnia, è un problema comune ed un problema di cultura. Ciò che non è economico viene scartato e relegato ai margini. Ciò che economico lo è viene massimizzato e incastrato negli ingranaggi del commercio globale dove quella che conta non è la qualità, ma la quantità.
E invece di qualità ce ne sarebbe e tanta sulla quale costruire il futuro.
Perché il futuro è nelle piccole persone, nelle piccole idee artigianali, nel fare le cose come una volta. In piccolo, ma con attenzione. In un mondo globalizzato non ci rendiamo conto che l'egemonia del prodotto confezionato finisce per stufare e per non portare nulla di buono.
Ieri sera mi hanno chiesto se ogni produzione dell'Amar de Clevo avrà lo stesso sapore.
La risposta è no ed il motivo è molto semplice: se andate a raccogliere le erbe di anno in anno (ma anche le comprate) ci saranno gli anni piovosi e quelli soleggiati o siccitosi. E a seconda delle condizioni climatiche le piante si comporteranno in modo differente: saranno meno concentrate negli anni piovosi e più concentrate in quelli di sole.
Il prodotto artigianale varia a seconda degli ingredienti e dei ritmi naturali che non possono e non devono essere necessariamente omologati. L'Academio dei Cjarsons (ed io con Lei) crediamo in questa filosofia dell'alimentarsi e dei prodotti.
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